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February 15 Che cos'è aristocratico?Vagabondando tra le molte morali, più raffinate e più rozze, che hanno dominato fino a oggi o dominano ancora sulla terra, ho rinvenuto certi tratti caratteristici, periodicamente ricorrenti e collegati tra loro: cosicché mi si sono finalmente rivelati due tipi fondamentali e ne è balzata fuori una radicale differenza. Esiste una morale dei signori e una morale degli schiavi - mi affretto ad aggiungere che in tutte le civiltà superiori e più ibride risultano evidenti anche tentativi di mediazione tra queste due morali e, ancor più frequentemente, la confusione dell'una nell'altra, nonché una fraintendimento reciproco, anzi talora il loro aspro confronto - persino nello stesso uomo, dentro la stessa anima. Le differenziazioni morali di valore sono sorte o in mezzo a una stirpe dominate, che con un senso di benessere acquistava coscienza della propria distinzione da quella dominata - oppure in mezzo ai dominati, gli schiavi e i subordinati di ogni grado. Nel primo caso, quando sono i dominatori a determinare la nozione di "buono", sono gli stati di elevazione e di fierezza dell'anima che vengono avvertiti come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia. L'uomo nobile separa da se quegli individui nei quali si esprime il contrario di tali stati d'elevazione e di fierezza – egli li disprezza. Si noti subito che in questo primo tipo di morale il contrasto "buono" e "cattivo" ha lo stesso significato di "nobile" e "spregevole" - il contrasto di "buono" e "malvagio" ha un'altra origine. E' disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla sua angusta utilità; similmente lo sfiduciato, col suo sguardo servile, colui che si rende abbietto, la specie canina di uomini che si lascia maltrattare, l'elemosinate adulatore e soprattutto il mentitore - è una convinzione basilare di tutti gli aristocratici che il popolino sia mendace. "Noi veritieri" - così i nobili chiamavano se stessi nell'antica Grecia. E' un fatto palmare che le designazioni morali di valore sono state ovunque primieramente attribuita a uomini e soltanto in via derivata e successiva ad azioni: per cui è un grave errore che gli storici della morale prendano come punto di partenza problemi quali "perché è stata lodata l'azione pietosa?". L'uomo di specie nobile sente se stesso come determinante il valore, non ha bisogno di riscuotere approvazione, il suo giudizio è "quel che è dannoso a me, è dannoso in se stesso", conosce se stesso come quel che unicamente conferisce dignità alle cose, egli è creatore di valori. Onorano tutto quanto sanno appartenere a se: una siffatta morale è autoglorificazione. Sta in primo piano il senso della pienezza, della potenza che vuole straripare , la felicità della massima tensione, la coscienza di una ricchezza che vorrebbe donare e largire - anche l'uomo nobile presta soccorso allo sventurato, ma non o quasi non per pietà, bensì piuttosto per un impulso generato dalla sovrabbondanza di potenza. L'uomo nobile onora in se stesso il possente, nonché colui che sa parlare e tacere, che esercita con diletto severità e durezza contro se medesimo e nutre venerazione per tutto quanto è severo e duro. “Un duro cuore Wotan mi ha posto nel petto” – si dice in un’antica saga scandinava: in questo modo l’anima di un superbo vichingo ha trovato la sua esatta espressione poetica. Un simile tipo di uomini va appunto superbo di non essere fatto per la pietà: per cui l’eroe della saga aggiunge, in tono d’ammonizione, “chi non ha da giovane un duro cuore, non lo avrà mai”. Nobili e prodi che pensano in questo modo sono quanto mai lontani da quella morale che vede precisamente nella pietà o nell’agire altruistico o nel dèsintèressement l’elemento proprio di ciò che è morale; la fede in se stessi, l’orgoglio di sé, una radicale inimicizia e ironia verso il “disinteresse”, sono compresi nella morale aristocratica, esattamente allo stesso modo con cui competono a essa un lieve disprezzo e un senso di riserbo di fronte ai sentimenti di simpatia e al “calore del cuore”. – Sono i potenti quelli che sanno attribuire onore, è questa la loro arte, il loro dominio inventivo. La profonda venerazione per la tarda età e per la tradizione – l’intero diritto riposa su questa doppia venerazione – la fede e l’opinione preconcetta a favore degli antenati e a sfavore dei posteri sono un elemento tipico nella morale dei potenti: e se, all’opposto, gli uomini delle “idee moderne” credono, quasi per istinto, al “progresso” e all’”avvenire” e sono sempre privi di rispetto per l’età vetusta, tutto ciò è già una spia sufficiente della origine non nobile di queste “idee”. Ma soprattutto una morale dei dominatori è estranea al gusto dei contemporanei e per essi spiacevole nel rigore del suo principio, che si hanno doveri unicamente verso i propri simili; che nei riguardi degli individui di rango inferiore e di tutti gli estranei sia lecito agire a proprio libito o “come vuole il cuore” e comunque “al di là del bene e del male” – : è sotto quest’ultimo aspetto che possono avere il loro posto la compassione o altre cose del genere. La capacità e l’obbligo di una lunga gratitudine e di una lunga vendetta – le due cose solo entro la sfera dei propri simili – la sottigliezza nella rappresaglia, l’affinamento dell’idea di amicizia, una certa necessità di avere dei nemici (come canale di deflusso, per così dire, per le passioni dell’invidia, della litigiosità, della tracotanza – in fondo per poter essere buoni amici): tutti questi sono caratteri tipici della morale aristocratica, la quale, come ho accennato, non è la morale delle “idee moderne”, ed è per questo che oggi risulta difficile sentirla ancora come pure disseppellirla o discoprirla. – Diversamente stanno le cose per quanto riguarda il secondo tipo di morale, la morale degli schiavi. Posto che gli oppressi, i conculcati, i sofferenti, i non liberi, gli insicuri e stanchi di se stessi, facciano della orale, che cosa sarà l’elemento omogeneo nei loro apprezzamenti di valore? Probabilmente troverà espressione un pessimistico sospetto verso l’intera condizione umana, forse una condanna dell’uomo unitamente alla sua condizione. Lo schiavo non vede di buon occhio le virtù dei potenti: è scettico e diffidente, ha la raffinatezza della diffidenza per tutto quanto di “buono” venga tenuto in onore in mezzo a costoro – vorrebbe persuadesi che tra quelli la stessa felicità non è genuina. All’opposto vengono messe in evidenza e inondate di luce le qualità che servono ad alleviare l’esistenza ai sofferenti: sono in questo caso la pietà, la mano compiacente e scorrevole, il calore del cuore, la pazienza, l’operosità, l’umiltà, la gentilezza a esser poste in onore – giacché sono queste, ora, le qualità più utili e quasi gli unici mezzi per poter sopportare il peso dell’esistenza. La morale degli schiavi è essenzialmente morale utilitaria. Ecco il focolare cove è nato quel famoso contrasto tra “buono” e “malvagio” – nell’intimo del male si avverte la potenza e la pericolosità, una certa terribilità, finezza e forza, che soffoca il disprezzo alle radici. Secondo la mora degli schiavi, il “malvagio” suscita dunque timore; secondo la morale dei signori è precisamente il buono a suscitare e a voler suscitare timore, mentre l’uomo “cattivo” viene sentito come spregevole. Il contrasto giunge al suo culmine quando, stando alle implicazione della morale degli schiavi, anche sui “buoni” di questa morale finisce per cadere un’ombra di questo disprezzo – per quanto lieve e benevolo possa essere – poiché il buono, nell’ambito del modo di pensare degli schiavi, deve essere in ogni caso l’uomo innocuo: costui è bonario, facilmente ingannabile, un poco stupido forse, un bonhomme. Ovunque la morale degli schiavi abbia il sopravvento, la lingua rivela un tendenza ad avvicinare l’una all’altra le parole “buono” e “stupido”. – Un’ultima differenza basilare: il desiderio di libertà, l’istinto per la felicità e per le finezze del senso di libertà appartengono tanto necessariamente alla morale e alla moralità degli schiavi, quanto l’arte e l’entusiasmo della venerazione, della dedizione, sono il normale indizio di un’aristocratica maniera di pensare e di valutare. – E’ senz’altro comprensibile da ciò perché l’amore come passione – è la nostra specialità europea – debba essere assolutamente di origine nobile: è noto che la sua scoperta spetta ai poeti-cavalieri provenzali, a quegli splendidi ingegnosi uomini del “gai saber” cui l’Europa deve tante cose e quasi quasi se stessa.
Nietzsche, Al di là del bene e del male, Cap 9, Pf. 260 February 11 Nietzsche, La nascita della tragedia, Tentativo di autocriticaIl pessimismo è necessariamente un segno di declino, di decadenza, di istinti stanchi e indeboliti? […] C’è un pessimismo della forza? Un’inclinazione intellettuale per ciò che nell’esistenza è duro, raccapricciante, malvagio e problematico, in conseguenza di un benessere, di una salute straripante, di una pienezza dell’esistenza? C’è forse un soffrire della stessa sovrabbondanza? Una sperimentante prodezza dello sguardo più acuto, che anela al terribile, come al nemico, al degno nemico su cui può provare la sua forza? da cui vuole apprendere che cosa sia “la paura”? Che cosa significa, proprio presso i Greci dell’epoca migliore, più forte, più valorosa, il mito tragico? E l’enorme fenomeno del dionisiaco? Che cosa significa la tragedia, nata da esso? – E d’altra parte, ciò per cui la tragedia morì, il socratismo della morale, la dialettica, la moderazione e la serenità dell’uomo teoretico – ebbene, non potrebbe essere proprio questo socratismo un segno di declino, di stanchezza, di malattia, di istinti che si dissolvono anarchicamente? E la “serenità greca” della grecità posteriore non potrebbe essere solo un tramonto? |
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